“Il significato della stretta relazione interpersonale tra medico e paziente non potrà mai essere troppo enfatizzato, in quanto da questo dipendono un numero infinito di diagnosi e terapie.
Una delle qualità essenziali del medico è l’interesse per l’uomo, in quanto il segreto della cura del paziente è : averne cura.”
(Dr. Francis Peabody – XIX secolo)

Fino a qualche anno fa, la relazione medico paziente era posta in una sorta di “bolla silenziosa” con la convinzione quasi generale che bisognava diligentemente seguire le indicazioni del medico, senza mai contraddirlo e senza infastidirlo con “inutili” domande.
Così facendo, tutto l’approccio terapeutico risultava essere, agli occhi del paziente e dei suoi familiari, totalmente nebuloso, sconosciuto e incerto. E come tutte le cose sconosciute, faceva paura.
Fortunatamente oggi il cambiamento a riguardo è radicale, e sempre più spesso assistiamo a cambiamenti di rotta diametralmente opposti.
Dal modello paternalistico di obbedienza, silenzio e timore, si sta sempre più passando ad una relazione equamente strutturata.
Oggi il paziente viene visto più come un cliente con le sue esigenze e le sue precise richieste, ed il timoroso silenzio si è trasformato, o meglio, si va sempre più trasformando in aspettativa di chiare delucidazioni, risposte limpide e risultati certi.
L’unica cosa che non è cambiata e non cambierà mai è la sfera emozionale di ciscuna persona bisognosa di cure.
So per certo, essendo in prima persona una paziente, che la cosa di cui si ha maggiormente bisogno, non è una formale e tecnica richiesta di aiuto, ma un profondo bisogno di relazione che riesca a comprendere un senso di accoglienza, di sicurezza, di serenità, di infinita fiducia e di accettazione.
In mancanza di questi aspetti, il processo di cura verrebbe ridotto ad un atto puramente tecnico, stravolgendo quel delicato universo rappresentato dal rapporto tra medico e paziente, visti come due persone in relazione tra loro, e riducendolo di conseguenza ad un’arida prestazione di servizio.

Da tutto questo emerge in maniera preponderante la grandissima differenza tra Medicina e Scienza medica; si perchè la Medicina, pur considerando l’uomo anche in maniera oggettiva, non può fare a meno di estendere la sua attenzione alla “persona”, includendola in una sfera fisica ed emozionale che ha come primo e fondamentale aspetto quello della comunicazione.
Un medico capace di ascoltare veramente una persona che soffre, un medico capace di accogliere e comprendere “l’anima ferita” di ogni paziente, sarà capace di acquistare la fiducia di chi ha di fronte, ottenendo risultati maggiori dalle terapie proposte, con una proporzionale sensibile diminuizione degli effetti collaterali.
Quindi è fondamentale la comunicazione, ma purtroppo sono ancora troppo pochi i medici in grado di stabilirla e alimentarla, ed è ancora troppo poco presa in considerazione la sfera umana ed emozionale di ognuno di noi.
Assistiamo ogni giorno agli sfasci compiuti dalla superficialità, dalla indifferenza, dal disinteresse di buona parte del personale medico e paramedico.
Quante volte assistiamo attoniti e terrorizzati alla conversazione tra medici, sul nostro conto, tenuta in termini spiccatamente tecnici e specialistici e assolutamente incomprendibili. Quante volte assistiamo alla minimizzazione o addirittura alla derisione dei contenuti esposti dal paziente circa la sintomatologia, il grado di sofferenza e la paura riguardo al suo problema. Quante volte abbiamo terminato una visita con la netta sensazione che il medico non abbia assolutamente ascoltato e compreso ciò che tentavamo di spiegare. E quante volte siamo stati interrotti e frettolosamente congedati.
Questi sono tutti atteggiamenti che ostacolano e impediscono la comunicazione tra medico e paziente e che la danneggiano irreparabilmente provocando una reazione a catena che rischia seriamente di inficiare ogni terapia e annullando ogni probabile beneficio sul paziente e sui familiari dello stesso.
Già per conto proprio, la persona malata si trova a dover navigare in un mare ostile e sconosciuto dove il primo aspetto ad essere compromesso è quello della relazione con se stesso, con gli altri, con l’ambiente.
La prima e più fisiologica reazione di ognuno di noi di fronte alla malattia è quella della chiusura, dell’isolamento e del rifiuto; proprio in un momento talmente delicato della nostra esistenza, nel quale sarebbe fondamentale l’aspetto relazionale.
Ma se in questa fase di chiusura e rifiuto dovesse subentrare anche la totale mancanza di comunicazione con la persona che, dal punto di vista medico, si occupa di noi, allora è quasi certa la nostra sconfitta.
Quante volte ci siamo aggrappati ad un sorriso del medico, ad uno sguardo benevolo, ad un tono di voce pacato, e quante volte questo ci ha tirati fuori da una situazione di totale sfiducia e sconforto. Ecco il potere della comunicazione ! Anche e sopratutto senza parole…
A volte  addirittura è proprio l’aspetto non verbale della stessa a sortire l’effetto più grande. a volte accade però, che la comunicazione, in qualunque forma venga adottata, non riesca ad ottenere il risultato sperato. Per questo motivo mi vado sempre più convincendo che l’atteggiamento fondamentale, ma sopratutto più efficace nei confronti di una persona che soffre consiste nella totale apertura all’ascolto, e non nella ricchezza di consigli, indicazioni e parole.
Con l’ascolto aperto e silenzioso si crea uno stato di condivisione emotiva che molto spesso permette al rapporto terapeutico di sortire l’effetto migliore. In caso contrario verrebbero a galla delle difficoltà di comunicazione che andrebbero inesorabilmente ad inficiare la qualità del rapporto.
Una delle difficoltà più rilevanti è quella che vede il paziente, poco o male informato riguardo alla sua patologia.
Molti medici hanno la brutta abitudine di nascondere la diagnosi, e questa cosa viene percepita molto chiaramente dai pazienti. Se a questo si aggiunge una certa elusività anche da parte dei familiari, quella che dovrebbe essere la fase della terapia si trasforma in una specie di “congiura silenziosa” che non fa altro che mettere il malato nella condizione di fingere, recitando a sua volta la commedia della guarigione, senza avere mai la serenità di esprimere ansie, speranze, paure.
Non vi è cosa peggiore dell’affrontare qualcosa senza sapere cosa si affronta.
Le parole contraddittorie, gli sguardi complici tra parenti, le occhiate tra gli amici, i gesti ambigui, i sorrisi forzati, sono più mortali dello stesso tumore. Il silenzio non rispettoso ma complice è per il malato molto più crudele della stessa verità!
Curare, prendersi cura, affiancare, non vuol dire comunicare al suo posto, nma significa camminare accanto a lui, lasciandogli la possibilità di scegliere il percorso da fare e adeguando il ritmo del nostro passo al suo. Per tutti questi motivi è importante che la cura, intesa nel senso più ampio del termine, sia personalizzata e tenda a considerare il paziente al centro delle nostre attenzioni. Senza adottare criteri astrusi di preferenze e senza fare distinzioni, tra pazienti più o meno simpatici, patologie più o meno interessanti, questo perchè TUTTI hanno il diritto di avere la nostra attenzione e perchè non deve essere assolutamente il medico ad aspettarsi il paziente “ideale”.
Tocca al medico, al personale di supporto, alle famiglie, andare incontro a chi ha la necessità di essere rassicurato, ascoltato, assistito, curato. In questa maniera si gettano le basi per un sano rapporto di fiducia.
Ma come io stessa ho più volte ribadito, affinchè tutto questo accada, occorre affinare la capacità di ascoltare il paziente, percependone i desideri, i pensieri, lo stato d’animo; e per poterlo fare bisogna prendere le distanze dai nostri personali schemi mentali, spogliarsi da ogni desiderio di giudizio e accostarsi in punta di piedi all’emotività e all’universo dell’altro.

Prendersi cura di una persona malata vuol dire essere al servizio di chi soffre, vuol dire interessarsi a lei, vuol dire prendersi carico delle sue necessità e delle sue esigenze. Questo rappresenta il fondamento della forma più corretta di una relazione di aiuto mirata al recupero sia psicologico che fisico del malato.
In questo campo, ogni malato che non guarisce non rappresenta una sconfitta medica, ma una sconfitta della vita, motivo per cui è un fallimento grave perchè la vita non può essere sconfitta.

Nel trattare questo argomento tanto importante quanto sentito, non ho volutamente parlato delle vicende che sono legate al mio personale vissuto di paziente.
Sta alla sensibilità di chiunque legga queste mie osservazioni, cogliere tutto ciò che ci avvicina e ci permette di condividere questa fetta importante del nostro vissuto.

Ognuno di noi ha all’attivo storie di pazienti fortunati e sfortunati, ognuno di noi conosce bene quali e quante siano le reali difficoltà di relazione con il personale medico e infermieristico.
La triste realtà è che, nonostante tutti vadano professando una maggiore umanizzazione delle relazioni, in realtà sono ben pochi i medici capaci di instaurare con i pazienti e con le loro famiglie un rapporto di aiuto, basato sulla comprensione, sulla accettazione e sull’empatia.
I più si ergono ad “intoccabili sapienti” e di fatto, quando qualcuno chiede loro un maggiore coinvolgimento emotivo oltre che un parere da tecnico della scienza medica, accade spesso di assistere a reazioni di stizza e di intolleranza. Nulla di più facile per demolire in un attimo, con uno sguardo superbo, con un tono di voce glaciale ed un atteggiamento distratto ed indifferente, tutte le speranze di un paziente alla disperata ricerca di calore umano.
Potrei fare un elenco lunghissimo di nomi relativi a medici assolutamente incapaci di empatia o assolutamente privi di umanità, ma per fortuna ho anche incontrato professionisti preparati, validi, profondamente umani, capaci di prendersi cura di me e farmi sentire al centro della loro attenzione.
Spero vivamente che un numero sempre crescente di medici possa riflettere sull’importanza del “prendersi cura” e non solo del “curare”.
Sta a noi comprendere quanto grande sia l’influenza sul paziente e sull’esito delle cure prestate per il suo bene, affinchè la morte non abbia sempre l’ultima parola.

Isabella Grumo