L’insorgenza di un carcinoma della mammella durante la gravidanza è un evento non comune (1-3% di tutti i tumori mammari), ma non trascurabile, considerando che vengono mediamente diagnosticati da 1 a 7 carcinomi ogni 10.000 gravide.
Diagnosi
Durante la gravidanza si verificano alcune condizioni che ritardano la diagnosi e favoriscono le diffusione della malattia. Da un lato, il ginecologo è più portato a valutare lo stato di salute generale della donna e del feto piuttosto che a ricercare l’insorgenza di una patologia mammaria, la cui diagnosi è resa difficile anche dall’aumento di volume e di consistenza delle mammelle. Dall’altro lato, la mammografia – sebbene non sia controindicata poiché la quantità di radiazioni a cui viene esposto il feto è trascurabile – risulta di difficile interpretazione (sempre per l’aumento della densità della ghiandola mammaria,). L’ecografia può fornire informazioni più precise sulla struttura del nodulo, ma è obbligatorio, in questi casi, fare subito anche un agoaspirato ed eventualmente una biopsia chirurgica, per una diagnosi precisa.
Prognosi
Le pazienti che sviluppano un tumore al seno in gravidanza non hanno una prognosi peggiore rispetto a quelle non gravide di pari età e allo stesso stadio di malattia. Allo stesso modo, l’interruzione della gravidanza non ha un’influenza favorevole sulla sopravvivenza della malata; essa viene considerata solo nel caso in cui la prosecuzione della gravidanza comporti un ritardo significativo nella somministrazione della chemioterapia e della radioterapia, quando esse siano indicate, come ad esempio nel primo trimestre di gestazione.
Terapia
La chirurgia sulla mammella non pone particolari rischi per il feto, ed il secondo trimestre è considerato il periodo più favorevole per l’intervento, sebbene anche nel primo trimestre il rischio di aborto o di danni fetali dovuti all’anestetico sia decisamente modesto. Al contrario, la radioterapia sulla mammella o sulla parete toracica, non può essere eseguita in gravidanza, per i rischi sul feto collegati alle radiazioni, tra cui l’insorgenza di tumori infantili. La chemioterapia è pure associata ad un aumento del rischio di malformazione fetale nel primo trimestre, ma probabilmente non nel secondo e terzo, quando può però causare un parto prematuro o difetti di crescita. La terapia ormonale è invece controindicata in gravidanza.
La terapia del tumore al seno in gravidanza è un problema complesso, condizionato dall’estensione della malattia e dall’epoca della gestazione. Nelle forme iniziali, il trattamento chirurgico va attuato tempestivamente e può essere rinviato dopo il parto solo se si è vicino al termine fisiologico della gravidanza. Nelle pazienti con linfonodi ascellari interessati da cellule tumorali, che necessitano di chemioterapia, si consiglia l’interruzione della gravidanza nelle forme diagnosticate nei primi tre mesi, mentre la chemioterapia può essere eseguita nel corso del secondo e soprattutto del terzo trimestre. Una chirurgia conservativa con induzione anticipata del parto e radioterapia subito dopo l’intervento chirurgico, è possibile nel terzo trimestre, mentre più precocemente la mastectomia radicale è l’intervento di prima scelta. Infine, la soppressione della produzione di latte, non è associata ad un miglioramento della prognosi; tuttavia, essa deve essere praticata qualora si debba procedere ad un intervento chirurgico, per diminuire il volume e la vascolarizzazione della ghiandola, e qualora vengano somministrati farmaci chemioterapici che, passando attraverso il latte materno, possono essere nocivi per il neonato.
La gravidanza dopo il cancro al seno
Sarebbe opportuno lasciar trascorrere un intervallo di almeno due anni tra la diagnosi di neoplasia ed una nuova gravidanza, poiché il rischio di recidiva di tumore è alto in questo lasso di tempo. Nelle pazienti sottoposte a chirurgia conservativa esistono delle difficoltà di allattamento per i tumori localizzati intorno al capezzolo, ed almeno il 70-75% di esse non sono in grado di allattare dalla mammella operata.