L’uomo comunica con se stesso, con i suoi simili, con le persone sane, con le persone malate, con le persone morenti e con quelle già morte, con le persone non ancora nate, con il cielo e con la terra.
L’uomo comunica con la natura e con i suoi mondi (minerale, vegetale,  animale), parla con le figure della letteratura, dell’arte, con i santi, con gli spiriti buoni e con quelli cattivi, con gli angeli e con Dio.

In un contesto dove la  morte è considerata un argomento sconveniente, quasi un vero e proprio tabù, dove tutto il nostro vivere, di contro, sembra essersi ridotto al guadagno ed al piacere, dove l’unica ambizione sembra esprimersi a favore della mania di onnipotenza, affrontare in maniera seria il tema della morte sembra anacronistico, profondamente azzardato e fuori luogo.
Invece non è assolutamente così!

La nostra esistenza prima o poi ci mette di fronte alla dura realtà della morte.
Di fronte alla sofferenza, al dolore, alla malattia, al lutto di un familiare di un conoscente, di un amico, la nostra reazione istintiva è quella di rimanere attoniti, smarriti, impauriti, e di farci assalire dallo sgomento.
E subito ci chiediamo: perchè?
Chi può darci risposte a riguardo?

Personalità di rilievo come la dottoressa Elisabeth Kubler Ross (Zurigo 8 luglio 1926 – Scottsdale 24 agosto 2004) considerata come la fondatrice della psicotanatologia, è stata uno degli esponenti più esperti in materia di  “death studies”.
La sua grande esperienza, la lunga ed accurata ricerca nel campo dell’assistenza ai malati terminali, nell’ambito delle cure palliative, permetterà di fare chiarezza a riguardo e forse aprire la strada a nuovi punti di vista.

Ma prima di affrontare l’argomento vero e proprio, dovremmo riflettere sul concetto di spiritualità, e chiederci se esiste una dimensione spirituale del malato, del morente e dell’uomo in genere.

La ricerca nell’ambito delle scienze psicologiche, ci spiega in maniera concreta che in ogni persona, in ogni essere umano coesistono tre distinte dimensioni: la dimensione corporale, la dimensione psichica e la dimensione spirituale.
A livello della dimensione spirituale si raggruppano l’interesse artistico, il senso estetico, la creatività, il senso etico, la religiosità, il senso dei valori umani, le sensibilità, l’empatia.
Nella dimensione spirituale vi è una continua ricerca di senso, di significato, di trascendenza. E’ proprio in questa dimensione che nascono gli interrogativi che riguardano l’esistenza. In questa dimensione trovano senso il significato, la dignità e la grandezza dell’essere umano.

Di fatto, ognuno di noi possiede una personale dimensione spirituale, più o meno sviluppata, più o meno coltivata, che lo affianca per tutto il corso della vita.
Ciascuno di noi è rappresentato dalla sua spiritualità.

Anche il credo religioso è parte integrante di questa dimensione; per sua natura l’uomo non si accontenta mai dei traguardi raggiunti ma è costantemente proteso a proseguire, ad andare oltre, a superare se stesso,  motivo per cui egli è definito da molti un “cercatore di infinito“.


Tutti siamo sommersi da domande, da interrogativi circa la nostra dimensione spirituale; essi sono sempre presenti come fuoco sotto la cenere, come forza ed energia latente, pronta a riemergere, ad esplodere in maniera determinata in un momento di crisi personale, di malattia, di sofferenza o di lutto.
Qualunque uomo di fronte all’eventuale possibilità della propria morte viene automaticamente indotto a porsi degli interrogativi circa la propria dimensione spirituale, viene portato spontaneamente a chiedersi quale sia il senso della vita per lui, quale il significato del suo esistere.

La dottoressa Kubler Ross, sostiene che ogni persona quando si avvicina al momento della morte vuole fare il punto della situazione circa la propria vita e comprendere se essa ha avuto o meno un senso.
Il bisogno spirituale va accolto, ascoltato, assecondato. Se negato, ignorato e trascurato, può diventare sofferenza interiore profonda che non fa che andare a pesare sulle altre sofferenze umane di cui siamo portatori.
E’ questo un bisogno a cui dobbiamo dare ascolto e non considerarlo come una concessione facoltativa verso noi stessi.
Dobbiamo prenderci cura dello spirito nella stessa maniera in cui ci prendiamo cura del nostro corpo, perchè è la persona nella sua globalità che bisogna prendere in carico e non soltanto una parte di essa.
Assicurare una assistenza spirituale ad una persona malata non vuol dire pretendere che si assuma un atteggiamento religioso, ma vuol dire accompagnare la persona malata con quella dose di fiducia e di profondo rispetto che le permetteranno di comprendere e di percepirsi non come un corpo che soffre ma come un meraviglioso mistero, come uno spazio sacro dove ne offesa, ne sofferenza, ne imperfezione, ne malattia, ne morte hanno ragione di esistere.

Tutto ciò che di ogni persona, di ogni uomo è visibile, non è tutto……Saint Euxpery affermava: “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

I pazienti non sempre riescono ad esprimere i loro bisogni spirituali in modo palese. Motivo per cui, sta a noi cogliere i loro messaggi fisici, anche non verbali, che essi manifestano.
E’ importantissimo aiutare la persona malata a non considerarsi un tutt’uno con la sua malattia, ma fargli comprendere che egli, comunque è una persona con la sua storia, avvolta dal suo mistero.

E’ soltanto  un attento, profondo, costante lavoro interiore che ci permette un corretto approccio alla morte; lavoro questo che non viene interrotto nemmeno nello stato di coma.

Aiutare un paziente “terminale” consiste nello stargli vicino emotivamente, consiste nel metterlo a suo agio, consiste nell’ascoltarlo ed insieme a lui attendere attendere serenamente ciò che sta per venire alla luce.
La qualità dell’ascolto profondo, empatico, privo di giudizio, riesce a favorire la relazione profonda col morente.
La presenza discreta e silenziosa lo fa sentire accolto, lo mette in condizione di esprimere le proprie emozioni, di manifestare senza problemi la propria ansia, le proprie angosce, i propri dubbi, le proprie ribellioni, la propria rabbia.
La cosa più importante è tenere presente che il malato avverte chiaramente l’avvicinarsi della morte.

Concludendo, bisogna affermare che non è possibile ignorare che il momento della morte è difficile e doloroso per tutti, dalla famiglia agli operatori sanitari.
Difficile perchè è il momento in cui si tocca concretamente il limite, l’impotenza, la finitezza.

Motivo questo per cui, più che mai sono convinta che il momento del trapasso, l’avvicinarsi della morte, non va assolutamente affrontato in solitudine e che, accompagnare il morente è la più grande scuola di vita che ci possa essere.

La morte non è un fallimento; fa parte della vita ed è un avvenimento da vivere.”

La dottoressa Kubler Ross afferma : “morire è come nascere, e quindi c’è sempre bisogno di qualcuno che presti assistenza.”

Morire quindi, è il momento più sacro della vita perchè rappresenta per noi una nuova nascita. Ed è in questa maniera che essa assume senso e significato, ed è in questa maniera che essa non deve più riuscire a farci paura.

Isabella Grumo